Gender data gap e industria: l’inganno del design unisex

Gender data Gap. L'equazione donna = uomo, espressa con i simboli convenzionali dei due sessi.

Il rapporto tra gender data gap e il più noto gender gap è come la storia dell’uovo e della gallina. Da un lato, il divario di genere nasce dall’assenza o carenza sistematica di dati sulle donne. Dall’altro, questo vuoto di informazioni declinate al femminile deriva da un bias culturale difficile da estirpare: nell’immaginario collettivo il maschile è sempre lo standard universale, mentre il femminile è considerato un fenomeno di nicchia, nonostante le donne rappresentino almeno la metà della popolazione mondiale.  

In questo articolo ti parlo delle conseguenze del gender data gap sulla progettazione di prodotti o servizi pensati per essere unisex, ma che di fatto si rivelano scomodi, se non addirittura pericolosi, per un’utenza femminile.

Gender data gap: cosa significa

Il gender data gap è la discrepanza tra i dati raccolti sugli uomini e quelli disponibili sulle donne, a netto svantaggio di queste ultime. Il divario di genere nei dati si manifesta quando le informazioni a disposizione non rappresentano equamente caratteristiche, esperienze ed esigenze di entrambi i sessi.

Questo divario di rappresentanza deriva da un vuoto effettivo di dati sulle donne o dalla consuetudine di non disaggregare i dati per genere. Spesso, infatti, i dati sulle donne sono accorpati a quelli relativi alla popolazione maschile in un unico database, che non può quindi restituire la molteplicità del reale.

Se poi le informazioni sull’universo femminile non si raccolgono proprio, nella stragrande maggioranza dei casi lo standard di riferimento è il maschio bianco 35enne, alto 1,77 metri, con tutto il corredo delle sue necessità.

Questo modus operandi non è necessariamente malevolo: un team di ricerca tutto maschile sarà poco propenso ad analizzare bisogni ed esperienze che non conosce. A un uomo potrebbe non venire in mente che per una donna è importante avere sempre a disposizione un bagno nei giorni del ciclo mestruale, o mezzi di trasporto comodi e marciapiedi sgomberati dalla neve per accompagnare i figli a scuola. E infatti spesso non ci pensa affatto. Dobbiamo per questo considerarlo sessista? 

Direi di no. Possiamo però iniziare a riflettere sul fatto che, escludendo metà della popolazione dalla produzione di conoscenza, perdiamo idee che potrebbero cambiare il mondo a beneficio di tutti, maschi compresi. Come scrive Caroline Criado Perez nel suo libro Invisibili: «È ora che nel costruire, progettare e sviluppare il mondo si cominci a prendere in considerazione la vita delle donne». E il loro corpo.

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PER SOLI UOMINI di Emanuela Grigliè e Guido Romeo

Gender data gap e maschilismo dei dati: due libri per approfondire

Effetti del gender data gap

Nonostante alcuni esempi illustri degli ultimi anni, le donne presenti nelle sedi decisionali sono ancora pochissime e il divario di genere continua a perpetuare una progettualità tutta maschile, di cui si vedono gli effetti in ogni ambito: educazione, lavoro, politiche sociali, urbanistica, sanità. 

Il settore sanitario è forse il più inquietante: la mancanza di dati specifici sull’organismo femminile può portare a diagnosi errate o a cure nocive. È ormai scientificamente provato che le avvisaglie di infarto nelle donne sono diverse dal classico dolore al braccio sinistro, che è un sintomo maschile. E sappiamo che le donne hanno fino al 75 % di probabilità in più di subire gli effetti tossici dei farmaci. Negli ultimi anni è stato avviato un nuovo approccio nei protocolli di ricerca medica e farmaceutica per sanare questa ingiustizia, ma ci vorranno ancora alcuni decenni perché le donne possano rivolgersi con maggiore fiducia al personale sanitario.

In campo tecnologico, la conseguenza del divario di genere nei dati è la creazione di prodotti e servizi destinati in teoria a entrambi i sessi, ma che all’atto pratico possono risultare meno efficienti per le donne o addirittura pericolosi. Nei paragrafi seguenti ti porto alcuni esempi concreti. 

Gender data gap e design industriale

Esistono prodotti pensati esplicitamente per un pubblico maschile, come i dopobarba, e altri a uso esclusivo delle donne, assorbenti in primis. E poi esiste una quantità innumerevole di dispositivi e oggetti che si potrebbero definire unisex, se non fosse che la parola ’unisex’ è ingannevole, perché un attrezzo comodo per le mani di un uomo non potrà esserlo altrettanto per una donna e viceversa. Le auto, per esempio, non sono affatto unisex, così come non lo sono gli smartphone, le tastiere dei pianoforti o i dispositivi di protezione individuale. Ecco qualche esempio concreto, condito dalla mia esperienza personale. 

Gender data gap al volante: donne in pericolo

La mia auto è un modello giapponese. L’ho comprata di seconda mano perché volevo una 4×4 con le ridotte senza spendere un patrimonio. Solo dopo l’acquisto ho realizzato quanto fosse comoda: finalmente l’aletta parasole mi proteggeva gli occhi anche al tramonto e per arrivare ai pedali e al volante non dovevo guidare con le ginocchia in bocca e la cintura di sicurezza che mi taglia il collo. La ragione di tanta ergonomia? L’uomo medio giapponese è alto 1,70 m, appena dieci centimetri in più di me, contro i 17 con cui devo competere se voglio guidare un modello occidentale.

Lo standard di riferimento delle case automobilistiche europee e statunitensi è l’uomo caucasico di età media, alto 1,77 metri e del peso di 78 chili. E infatti mio marito non si trova affatto a proprio agio nella mia macchina, mentre io non sopporto la sua, che è un modello italiano. 

Sulla scomodità, noi donne, potremmo anche sorvolare, se la posizione in cui siamo costrette a guidare non ci esponesse a un più alto rischio di lesioni in caso di incidente. Il vecchio adagio che vede nelle donne al volante un pericolo costante non è suffragato dai dati. 

Le donne su strada sono più prudenti, mentre è proprio la guida aggressiva degli uomini a causare la maggior parte dei sinistri. E in caso di impatto, una donna, su qualunque sedile sia seduta, è meno protetta di un uomo perché, come ha ammesso Christopher O’Connor, CEO di Humanetics, la sicurezza ha fatto grandi passi in avanti negli ultimi 40 anni, «ma non ha realmente tenuto conto delle differenze tra un maschio e una femmina. Non puoi avere lo stesso dispositivo per testare un uomo e una donna, quindi bisogna lavorare attivamente per colmare il gap». 

I dispositivi a cui si riferisce O’Connor sono i manichini utilizzati nei crash test, di cui la statunitense Humanetics è una delle aziende produttrici. Alcune case automobilistiche utilizzano volontariamente dummies coerenti per forma e dimensioni con il corpo della donna media, ma non esiste a oggi alcun obbligo di legge al riguardo, né in Europa né negli Stati Uniti. In altre parole, nemmeno le cinque stelle Euro NCAP, ossia il massimo livello di sicurezza attribuibile a un’autovettura secondo gli standard europei, costituiscono una vera garanzia per una donna. 

Il discorso è analogo per le vetture prodotte oltre oceano, ma le cose potrebbero cambiare presto grazie alla battaglia condotta da Maria Weston Kuhn negli USA e da Astrid Linder in Europa per rendere obbligatorio l’uso di manichini donna nei crash test

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Gender data gap al telefono: quando una mano non basta

L’avvento dei cellulari ha reso più sicura la vita della popolazione femminile. Ho acquistato il mio primo telefonino nel lontano 1997 per sentirmi più tranquilla quando rientravo a casa da sola a tarda sera. Oggi le mie figlie mi chiamano se devono percorrere a piedi una strada poco frequentata o hanno il sospetto di essere seguite. In generale, la possibilità di chiedere aiuto in caso di pericolo o di segnalare la posizione con la geolocalizzazione ha un valore inestimabile per chiunque, indipendentemente dal sesso.   

Nel corso degli anni i cellulari sono diventati intelligenti e hanno cambiato spesso dimensioni: se i primissimi erano quasi dei mattoncini, all’inizio del nuovo millennio si faceva a gara a chi produceva il modello più piccolo. Sulla scia dell’iPhone, da qualche anno le misure sono di nuovo lievitate: gli smartphone moderni hanno schermi più grandi, spesso tra 5,5 e 6,5 pollici, per migliorare l’esperienza utente nella visione di contenuti multimediali e nella navigazione. Peccato che queste dimensioni non siano adatte per la mano di una donna, che è mediamente due centimetri più corta di quella di un uomo. Funzioni che risultano comodissime per un maschio, come lo zoom della fotocamera, non lo sono affatto per l’altro sesso.

Anche la “tascabilità” degli smartphone non tiene conto della fattura degli abiti femminili. Del resto perché dovrebbe? In fin dei conti, noi usiamo la borsetta proprio per metterci tutto quello che non sta in tasca e – lo ammetto – anche qualcosa di più. Esistono modelli più piccoli, ma non sempre sono articoli di fascia alta ed è una disparità di genere che una donna debba pagare lo stesso prezzo per un prodotto che, nelle sue mani, è meno efficiente. 

Due mani di donna che tengono uno smartphone in posizione verticale.
Foto di Vardan Papikyan su Unsplash

Gender data gap alla toilette: tra code e disidratazione

Autogrill, centri commerciali, cinema, concerti e in generale tutti i luoghi pubblici molto frequentati hanno una caratteristica in comune: al bagno delle signore c’è sempre la coda. Si potrebbe pensare che a noi donne piaccia perdere tempo davanti allo specchio, ma la ragione è un’altra e si chiama sottodimensionamento. Alle donne serve più tempo per fare pipì, perché non possono usare gli orinatoi, avendo bisogno di uno spazio chiuso in cui potersi svestire. Se poi hanno il ciclo, sono incinte o al bagno ci vanno con uno o due bambini, i tempi si moltiplicano. Perché chi progetta questi spazi architettonici non tiene mai conto di questa differenza di genere?

Mia madre, classe 1940, mi ha raccontato che da ragazza, se doveva urinare, entrava nel cortile di una casa sperando di trovare aperta la porta del gabinetto comune, mentre gli uomini avevano a disposizione i vespasiani, che per fortuna sono ormai quasi completamente scomparsi dalle nostre città. Al loro posto sono stati costruiti bagni pubblici per uomini e donne? Il lockdown durante la pandemia ci ha mostrato cosa significa dover fare affidamento sui bar quando la vescica si fa sentire. 

Nel Nord globale non possiamo lamentarci, perché in altri Paesi l’assenza di bagni pubblici, e spesso anche privati, espone costantemente le donne al rischio di stupro. Per questo evitano di bere durante il giorno, anche quando devono lavorare ore e ore sotto il sole, rischiando la disidratazione. Alla ricerca di un posto appartato in cui espletare i propri bisogni possono andare solo all’alba e dopo il tramonto, e si muovono in gruppo per proteggersi a vicenda. 

Un astronauta NASA sulla luna di fianco alla bandiera USA.
Foto di NASA su Unsplash

Gender data gap e abbigliamento protettivo: questione di taglie?

Il 29 marzo 2019 la NASA fu costretta ad annullare la prima missione spaziale femminile. Il motivo? Era disponibile una sola tuta di taglia “M”, mentre le astronaute che sarebbero dovute uscire da sole erano due: Christina Koch e Anne McClain. Con un cambio di programma, McClain fu sostituita dal collega Nick Hague, in attesa di nuovi approvvigionamenti. 

L’errore non si ripeterà per la spedizione lunare ARTEMIS III, prevista per il 2026 e per la quale la NASA ha approvato il brevetto di una nuova tuta in grado di adattarsi almeno al 90 per cento della popolazione maschile e femminile degli Stati Uniti. 

L’uso di materiali elastici in grado di conformarsi al corpo femminile è una buona notizia, perché troppo spesso si pensa che a una donna basti una small da uomo.  Questo approccio unisex è inaccettabile quando è in gioco la sicurezza. 

In molti settori industriali le donne sono esposte a maggiori rischi di infortunio perché i dispositivi di protezione individuale forniti sono progettati in base alle caratteristiche fisiche medie di un uomo. Le donne, tuttavia, non sono solo più piccole: petto, fianchi e cosce hanno una conformazione completamente diversa, che può pregiudicare la sicurezza di un’imbracatura o rendere inservibile un giubbotto antiproiettile. 

Anche occhiali di sicurezza, maschere antipolvere e antigas hanno spesso misure standard maschili, mentre le scarpe antinfortunistiche unisex possono risultare troppo pesanti per una donna. Se siamo capaci di produrre jeans da uomo e da donna, possiamo e dobbiamo estendere questa competenza anche dove le differenze di genere contano ben di più.

Altri esempi di gender data gap nella tecnologia

L’elenco dei prodotti commercializzati per un pubblico unisex ma di fatto progettati secondo standard maschili potrebbe continuare a lungo: 

  • sistemi di navigazione che sanno indicare l’itinerario più veloce ma non quello più sicuro
  • software iniqui perché programmati sulla base di dati sbilanciati e colmi di bias e pregiudizi
  • visori di realtà virtuale troppo grandi per la circonferenza media della testa di una donna
  • contatori di calorie e macchinari da palestra calibrati sul consumo calorico di un maschio
  • orologi e bracciali fitness troppo grandi per il polso femminile

Quel corpo che ci procura ogni giorno occhiate non sempre desiderate sparisce completamente dal radar quando si tratta di progettare tecnologie che utilizziamo anche noi. Le concessioni fatte al nostro gusto estetico non sono altro che inutile e fastidioso pinkwashing. Ma qualcosa sta cambiando, forse.

Riconoscere il gender data gap nella tecnologia

Per riconoscere e risolvere il gender data gap nella tecnologia è necessario includere le donne nella progettazione, a partire dai tavoli di normazione tecnica. In particolare, occorre:

  • promuovere l’accesso delle donne alle sedi decisionali
  • raccogliere sistematicamente anche i dati relativi all’utenza femminile
  • analizzare i dati disaggregandoli per genere
  • valutare quando un prodotto può essere davvero unisex e quando invece è necessaria una differenziazione per sesso.

Da alcuni anni i principali enti di normazione nazionali e internazionali lanciano segnali positivi in tal senso. 

L’ISO – International Organization for Standardization ha inserito l’uguaglianza di genere in agenda già nel 2019, elaborando un Gender Action Plan per promuovere l’inclusività e l’uguaglianza di genere nella standardizzazione, in linea con il quinto dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Il piano è stato rinnovato per il triennio 2022-2025, inquadrandolo nella strategia ISO 2030. Tra i risultati concreti va citata la pubblicazione nel 2024 della ISO 53800: Guidelines for the promotion and implementation of gender equality and women’s empowerment

In Italia la norma ISO va ad affiancare la UNI/PdR 125:2022 – Linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere che prevede l’adozione di specifici KPI (Key Performances Indicator – Indicatori chiave di prestazione) inerenti alle Politiche di parità di genere nelle organizzazioni. Un mese dopo la pubblicazione delle linee guida, UNI lanciava il primo numero della sua rivista digitale STANDARD, dedicandolo alla parità di genere. È del 2025, invece, questo video che riassume il percorso intrapreso dall’Ente Italiano di Normazione.

Voci UNI per la parità di genere

In Germania, l’Istituto tedesco per la standardizzazione DIN possiede dal 2022 un comitato di lavoro responsabile delle linee guida per la promozione e l’attuazione dell’uguaglianza di genere e comunica sul proprio sito e sui canali social l’importanza di una maggiore presenza delle donne nella normazione.

Nel frattempo, oltre 80 enti di normazione di tutto il mondo hanno sottoscritto la Declaration on Gender-Responsive Standards and Standards Development promossa dall’UNECE – Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Tra i firmatari figurano CEI e UNI per l’Italia, DKE e DIN per la Germania, e istituti internazionali come CEN, CENELEC, IEC e ISO.

Uscendo dall’ambito prettamente industriale, va citato l’impegno dell’Unione europea con la sua Strategia per la parità di genere 2020-2025 e il già annunciato piano 2026-2030. Gli obiettivi principali sono «porre fine alla violenza di genere; combattere gli stereotipi di genere; colmare il divario di genere nel mercato del lavoro; raggiungere la parità nella partecipazione ai diversi settori economici; far fronte al problema del divario retributivo e pensionistico di genere; colmare il divario e conseguire l’equilibrio di genere nel processo decisionale e nella politica».

Per oltre un secolo i matematici hanno cercato di rappresentare fisicamente il piano iperbolico senza riuscirci. Alla scienziata lettone Daina Taimiņa sono bastate poche ore e un uncinetto. Non ci sarà mai parità di genere finché non accetteremo il fatto che donne e uomini hanno pari diritti, sì, ma sono profondamente diversi. Come ha dimostrato Taimiņa con le sue creazioni, oggi fondamentali per lo studio del piano iperbolico,  le donne possono contribuire al progresso a beneficio di tutte le persone, in area STEM come in ogni altro settore. Per un mondo senza gender data gap e senza divario di genere.

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Foto di copertina: Marek Studzinski su Unsplash.

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